Il costo nascosto del consumo di carne in Italia: impatto ambientale e sanitario

37 miliardi di euro: è il costo degli impatti ambientali e sanitari legati al consumo di carne, solo in Italia. La ricerca condotta da Demetra per conto di LAV (Lega Anti Vivisezione) prende in analisi l’intero ciclo di vita della filiera, dal foraggio alla tavola

Una ricerca unica: un’analisi delle emissioni dell’intero “ciclo di vita” della carne (“dal foraggio alla tavola”), con specifico riferimento al contesto italiano. L’analisi misura gli impatti ambientali e sanitari legati al consumo di carne nella nostra alimentazione e traduce i dati sottoforma di stima economica, fornendo i costi precisi di tutta la filiera della lavorazione. Ovvero il “costo nascosto” della carne in Italia.

“Si tratta di un valore economico enorme, ad oggi non compensato in alcuna misura né “ricondotto” al costo dei vari prodotti alimentari ricavati da bovini, suini e pollame.”

La ricerca è stata realizzata per LAV (Lega Antivivisezione Italiana) da Demetra, Società di consulenza in ambito di ricerca scientifica sulla sostenibilità: è stato approntato un team di ricerca formato da studiosi, ricercatori e accademici. Presentata il 10 marzo, in esclusiva per la prima volta, da Ilfattoquotidiano.it che “promuove una campagna per diffonderne i contenuti”.


Il quadro globale: allevamenti intensivi e consumo di carne

È ormai chiaro, e confermato da numerosi organismi internazionali, come il consumo di carne abbia una ripercussione impattante sull’ambiente e sulla salute umana.

Negli ultimi anni, importanti studi di organismi scientifici internazionali hanno messo in evidenza come gli impatti ambientali e sanitari generino costi per la società in termini di perdita di benessere, mancata produttività e danni ambientali.

Nel 2019, con il rapporto Global Warming of 1.5 °C, l’Intergovernamental Panel on Climate Change (IPCC)  ha indicato come necessari, per raggiungere l’obiettivo di non superare 1.5°C di aumento della temperatura terreste, la riduzione del 45% delle emissioni globali di anidride carbonica entro il 2030, e l’azzeramento delle emissioni di CO2 (decarbonizzazione) entro il 2050.

Nel rapporto si evidenzia come nel percorso di mitigazione dei cambiamenti climatici, abbiano un ruolo chiave un minor consumo di materie prime ad alta intensità di risorse (prodotti animali) e la riduzione degli sprechi alimentari (Rogelj et al., 2018). Infine, la rimozione dell’anidride carbonica (CDR) è una componente chiave per limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C. Le misure di rimozione dell’anidride carbonica includono la bioenergia con cattura e stoccaggio del carbonio, pratiche di riforestazione, sequestro del carbonio nel suolo, biochair.

Il bestiame è responsabile di più emissioni di gas serra rispetto a tutte le altre fonti alimentari. Le emissioni sono causate dalla produzione di mangimi, dalla fermentazione enterica, dai rifiuti animali, dai cambiamenti nell’uso del suolo e dal trasporto e lavorazione del bestiame (e dall’uso degli antibiotici). Alcune stime indicano che le catene di approvvigionamento del bestiame potrebbero rappresentare 7,1 GtCO2 all’anno, pari al 14,5% delle emissioni globali di gas serra antropogeniche. I bovini (carne di manzo, latte) sono responsabili di circa due terzi di quel totale, in gran parte a causa delle emissioni di metano derivanti dalla fermentazione del rumine (Gerber et al., 2013).


Il consumo della carne in Italia

Il numero di animali macellati in Italia è di quasi 600 milioni di individui ogni anno. L’animale più allevato in Italia è il pollo (73% di tutti gli animali vivi al momento del censimento), seguito da tacchino (12%) e maiale (4%). Per dare un’idea delle quantità di polli allevati, per ogni persona residente in Italia ci sono all’incirca 2,5 polli vivi.

Dalla ricerca emerge che il consumo di carne pro-capite stimato, è pari a 128 grammi al giorno, così distribuite:

  • Bovino: 28,9 g
  • Maiale: 61,1 g
  • Pollo: 33,1 g
  • Altro: 4,71 g

Se consideriamo poi che, secondo il World Resource Institute (WRI), la domanda globale di cibi di origine animale, vedrà nel 2050 un aumento del 70% del consumo di carne e latticini rispetto al 2010, il quadro è piuttosto allarmante.

Allo scopo di individuare le dimensioni del problema, LAV si è posta l’obiettivo di inquadrare con accuratezza in riferimento al contesto italiano l’impronta ambientale e sanitaria del ciclo di produzione e consumo delle carni più diffuse. Nello stesso tempo si sono voluti tradurre questi impatti in una misura economica, per avere un ordine di grandezza chiaro dei danni non compensati che derivano dalla zootecnia.


Impatto e costo ambientale

Nel presente studio, le emissioni generate in tutte le fasi – allevamento, macellazione, lavorazione, imballaggio, distribuzione, consumo e trattamento reflui – di quattro tipi di carne sono state convertite in costi economici per la società tramite un’analisi del ciclo di vita (Life Cycle Assessment – LCA), il metodo strutturato e standardizzato a livello internazionale che permette di quantificare i potenziali impatti sull’ambiente associati a un bene o servizio a partire dal consumo di risorse e dalle emissioni.

L’analisi si è articolata su ‘produzione’ e consumo di bovino, maiale, maiale lavorato e pollo, cioè sulle quattro tipologie di carne più diffuse in Italia.

Nel confronto in peso (100 gr), le carni risultano avere un potenziale di riscaldamento globale tra le 10 e le 50 volte quello dei legumi. Per 100 gr prodotti, i piselli dimostrano un impatto leggermente inferiore rispetto alla soia. Il gap tra carni e legumi aumenta quando il confronto è in termini di proteine prodotte, dato l’alto contenuto proteico dei legumi.

Rispetto ai legumi, per 100 g di proteine, la carne di bovino genera 55 volte l’impatto dei piselli e 75 quello della soia.

Il ciclo di vita di 1 kg di carne di bovino fresca genera un impatto ambientale riassumibile in un costo per la società di 13,5 €, mentre 1 kg di maiale, a seconda della lavorazione, varia tra i 4,9 e i 5,1 € mentre il pollo grava sulla collettività per 4,7 € al kg.

Per quanto riguarda l’occupazione del suolo, e cioè, quei terreni sottratti alla natura per fare spazio a colture o allevamento necessari alla produzione della carne, le carni usano in media tra le 3 e le 12 volte il suolo agricolo usato per coltivare i legumi. Anche in questo caso, la soia risulta la fonte più sostenibile di proteine: 0,8 mq di suolo sono consumati necessari per produrre 100 gr di proteine prodotte, confrontate ad esempio ai 12,5 mq per 100 gr di proteine da carne di bovino.


Impatto e costo sanitario

La ricerca utilizza come unità di misura il DALY (Disability-Adjusted Life Year) che esprime il numero di anni  persi in conseguenza di una patologia, per disabilità o per morte prematura. In linea con gli studi epidemiologici, si è considerata la relazione tra il consumo di carne rossa o lavorata e il rischio di contrarre il carcinoma del colon-retto, il diabete di tipo 2, l’ictus e le malattie cardiovascolari.

Ogni anno a causa del consumo di carne in Italia vengono persi circa 350.000 anni di vita (corretti per disabilità). Questo risultato, ripartito sulla popolazione, equivale a dire  che ogni anno l’aspettativa di vita (in salute) di un consumatore di carne si riduce di circa 2,3 giorni e il costo di questi anni di vita persi ricade su tutta la collettività, in termini di costi sanitari e mancata produttività

Considerando un valore medio europeo di 55.000 euro per un anno di vita perso in salute e ripartendo la spesa tra i quantitativi di carne consumata in Italia, il consumo di 1 kg di carne rossa costa alla collettività 5,4 euro e il consumo di 1 kg di salumi ne costa 14.

A livello nazionale, il costo per la società, escludendo le malattie cardiovascolari, risulta compreso tra 12,7 e 24,5 miliardi di euro annui, con un valore medio di 19,1 miliardi di euro (pari a 315 euro a testa).

 

Se il costo totale per la collettività viene spartito equamente sulla carne consumata annualmente in Italia (1.060 kilotonnellate/anno di carne lavorata e 782 kilotonnellate/anno di carne rossa), è possibile stimare il costo generato per la collettività dovuto al consumo di 100 gr di carne. Per la carne lavorata, i contributi principali sono dovuti ai costi in termini di DALY persi per diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari (35% e 33%, rispettivamente).


Impatti e costi totali per la collettività

Se il costo di un kg di carne viene esteso al consumo annuale di carne in Italia, il prezzo pagato dalla società dovuto agli impatti ambientali e sanitari si attesta intorno ai 36,6 miliardi di euro (in un intervallo che varia tra 19,1 e 92,3 miliardi di euro). Diviso per la popolazione italiana, il danno generato dal consumo di carne procapite si attesta sui 605 euro annui.

Il costo medio è ripartito quasi equamente tra costi ambientali (48%) e costi sanitari (52%). A generare i maggiori costi sulla collettività sono i salumi, dato l’elevato consumo in Italia (39%) e gli alti costi sanitari rispetto agli altri tipi di carne.

37 miliardi, questo è il costo per ambiente e salute. Ma sono in Italia. Se allarghiamo i confini a comprendere l’intero pianeta, possiamo facilmente immaginare l’entità catastrofica degli impatti provocati dal consumo industriale di carne sull’ecosistema naturale.

E pensare che Italia la legislazione, i controlli e la qualità della filiera è un concetto che è in buona parte entrato nei meccanismi del sistema produttivo. Se guardiamo ad esempio ai paesi del sud America e del Brasile, in particolare, essa è una delle cause principali della deforestazione. La foresta amazzonica, il polmone verde del pianeta, sta costantemente scomparendo, al ritmo di migliaia di ettari l’anno, per far posto ad appezzamenti di terreno da poter dedicare si, al pascolo delle bestie, ma destinati, anche, all’agricoltura.

Il male è la carne o il sistema produttivo industrializzato di tipo intensivo, sia per quanto riguarda l’allevamento che per l’agricoltura, o entrambi? È vero che gli allevamenti intensivi sono campioni per i danni ambientali, ma anche certa agricoltura che favorisce la deforestazione e l’inquinamento di suolo e falde acquifere grazie all’uso di diserbanti e pesticidi non aiuta l’ambiente. L’alimentazione dovrebbe innanzitutto mirare a ridurre, se non azzerare, gli sprechi. Poi favorire una dieta a base di vegetali, a scapito delle carni. E infine puntare ad acquistare prodotti certificati e controllati lungo tutta la filiera (biologico, agricoltura sinergica, permacultura). Meglio se direttamente dal contadino o autoprodotti.

A tal proposito, già oltre un secolo fa, Tolstoj poneva in evidenza le ragioni etiche della scelta: «Noi siamo fieri del progredire della nostra civiltà (…), ma osserviamo pure che la nostra esistenza è spesso fondata sui principi più ingiusti e crudeli, e che l’umanità dell’avvenire ne parlerà con la stessa ripugnanza che noi proviamo oggi per la schiavitù e la tortura, come errori di altri tempi, che la civiltà ha abolito.» E in una lettera del 1899 – contenuta in questo libro – l’autore continua: “Sono convinto che nel prossimo secolo la gente racconterà con orrore e ascolterà con dubbio come i loro antenati ammazzavano gli animali per mangiarli.”


Per approfondire:

 

 

Pubblicato da eco_logico

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